La morte di Jacopo Rossi Trabattoni, il quindicenne folgorato dopo essere salito su un traliccio dell’alta tensione nella zona di Bottedo, a Lodi, non può essere spiegata automaticamente come l’esito di una challenge sui social network. A sottolinearlo è Luca Dinatale, psicoterapeuta dell’età evolutiva, criminologo, giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Milano e presidente dell’associazione Gli Sdraiati.
Le indagini della Squadra mobile, coordinate dalla Procura di Lodi, sono ancora in corso. Gli investigatori hanno preso in considerazione l’ipotesi di una sfida social, ma al momento non è stata accertata. La madre del ragazzo, Gioia Farina, ha respinto con fermezza questa ricostruzione e ha parlato di sciacallaggio attorno alla morte del figlio. Tra gli elementi al vaglio degli inquirenti c’è anche lo smartphone del quindicenne, sul quale sarebbe stato trovato un selfie scattato dall’alto. Si attende inoltre l’esito dell’autopsia.
Le verifiche sulla dinamica
Dinatale invita a mantenere prudenza nell’interpretazione del comportamento del ragazzo. Non si conoscono ancora le ragioni per cui Jacopo sia salito sul traliccio e, in assenza di elementi conclusivi, qualsiasi lettura psicologica della vicenda sarebbe impropria. La presenza di un’immagine sul telefono, così come l’eventuale uso dei social, non consente da sola di stabilire che il gesto fosse legato a una sfida organizzata o condivisa online.
Il caso apre però una riflessione più ampia sul rapporto tra adolescenti, corpo e limite. Con la pubertà il corpo cambia rapidamente e i ragazzi devono progressivamente imparare a riconoscerne possibilità e confini, integrandolo nella propria identità. Correre, saltare, misurarsi con l’altezza, con la paura o con una prestazione possono diventare modi per esplorare le proprie capacità e comprendere fin dove ci si può spingere.
Il peso dello sguardo digitale
Rispetto al passato, osserva lo psicoterapeuta, questa esperienza si svolge anche sotto uno sguardo digitale. Il corpo degli adolescenti viene fotografato, osservato, confrontato ed esposto con continuità. I ragazzi guardano le prestazioni altrui e imparano a osservare se stessi attraverso l’attenzione reale o immaginata di un pubblico.
In questo contesto possono inserirsi anche le challenge, nelle quali il limite fisico non viene sperimentato soltanto in privato, ma davanti ad altre persone o a una videocamera. La presenza dei coetanei può attribuire al rischio un significato ulteriore, legato al riconoscimento e alla dimostrazione di sé. Questo, tuttavia, non significa che ogni comportamento pericoloso o ogni tragedia adolescenziale debba essere ricondotto a una sfida social.
Il punto, conclude Dinatale, è conoscere il rischio senza trasformarlo in un’etichetta valida per ogni vicenda. Durante l’adolescenza il corpo resta un territorio da esplorare e, oggi, una parte di questa esperienza avviene anche davanti ai social. Il pericolo è che, talvolta, per percepire il proprio limite non sembri più sufficiente sperimentarlo, ma diventi necessario anche mostrarlo.