Rete e dolore

Dopo la tragedia, il giudizio online sulla famiglia

Una psicologa analizza la perdita di empatia e la responsabilità degli adulti nei commenti virtuali.

Dopo la tragedia, il giudizio online sulla famiglia

La morte di Jacopo Trabattoni, 15 anni, ha lasciato nel dolore la famiglia e la comunità del Lodigiano. Il ragazzo è rimasto folgorato su un traliccio nelle campagne della provincia, in una vicenda tragica che ha suscitato profonda commozione. Accanto al cordoglio, però, sui social sono comparsi anche giudizi e commenti rivolti alla famiglia, riaprendo il dibattito sui comportamenti adottati online davanti a una tragedia.

Il fenomeno è stato analizzato da Annamaria Sgorlon, psicologa e presidente dell’associazione contro il bullismo Il magnete. Secondo la professionista, la diffusione di parole aggressive contro persone già colpite da un lutto mostra come lo spazio virtuale possa diventare un luogo di condanna, nel quale la sofferenza reale viene ridotta a un contenuto da commentare.

La distanza dello schermo

Sgorlon ha parlato di sgomento di fronte alla spietatezza di alcuni interventi. Nella vita reale, osserva, il contatto diretto con una persona che piange tende a suscitare empatia. Davanti a uno schermo, invece, la distanza può attenuare la percezione delle emozioni e trasformare una vicenda umana in un tema da giudicare. Dietro ogni notizia, sottolinea la psicologa, restano persone, famiglie e storie segnate dalla sofferenza.

La professionista riconduce questo atteggiamento a quello che viene definito narcisismo digitale: l’idea che ogni fatto di cronaca debba essere accompagnato da una sentenza e che ciascuno debba esprimere un’opinione su qualsiasi argomento, anche sui più dolorosi. Il bisogno di intervenire può diventare una modalità per attirare attenzione o per dimostrare la propria presenza nello spazio online.

Educazione e responsabilità

Il problema, secondo Sgorlon, non riguarda soltanto i più giovani. Nelle scuole l’educazione digitale viene affrontata anche nell’ambito dell’educazione civica, con riferimenti a bullismo, cyberbullismo e responsabilità nell’uso della rete. Gli adulti, invece, spesso non hanno ricevuto una formazione analoga e possono vivere una sorta di ansia da prestazione, legata alla necessità di dimostrare di esistere anche online.

La psicologa ritiene che in alcuni casi gli adulti possano imparare dai ragazzi, che hanno maggiori occasioni di confrontarsi con le regole della vita digitale. Il giudizio, inoltre, può sembrare un modo per tenere lontana la paura di fronte a ciò che accade, ma rischia di alimentare quello che Sgorlon definisce analfabetismo emotivo. Riconoscere le proprie emozioni e fermarsi prima di colpire chi soffre diventa quindi essenziale.

Il limite da non superare, conclude la presidente dell’associazione, riguarda la dignità delle persone. La libertà di espressione non può trasformarsi nel diritto di calpestare gli altri, soprattutto quando sono già esposti alle conseguenze di una perdita. La vicenda di Jacopo ha così riportato l’attenzione non solo sul dolore di una famiglia, ma anche sulla responsabilità individuale nell’uso dei social.