Fuori dal liceo scientifico Gandini di Lodi, a pochi giorni dalla morte di Jacopo Rossi Trabattoni, prevalgono il silenzio e l’incredulità. Il ragazzo, quindici anni, aveva frequentato l’istituto fino allo scorso anno, prima di trasferirsi all’istituto Piazza appena due settimane fa, con l’inizio del nuovo anno scolastico.
Tra gli studenti incontrati all’uscita della scuola c’è chi abbassa lo sguardo e chi si limita a poche parole. «Ho visto la notizia, mi dispiace molto», racconta uno dei ragazzi. Anche chi conosceva Jacopo da più tempo fatica a parlare. Un’amica, visibilmente scossa, riesce soltanto a dire che si conoscevano da anni, poi si allontana rapidamente.
Il ricordo dei compagni
Il dolore sembra accompagnarsi alla volontà di proteggere il ricordo di un coetaneo morto in circostanze ancora da chiarire. Tra i ragazzi del Gandini non emerge la ricerca di dettagli sulla sua vita, ma soprattutto la difficoltà di accettare la scomparsa di un giovane di 15 anni. «Ci dispiace molto», è il senso delle poche parole raccolte davanti ai cancelli dell’istituto.
Accanto allo choc, tra gli studenti si fa strada anche il fastidio per l’ipotesi di una sfida social, una delle piste ancora al vaglio degli investigatori. Secondo quanto emerso, il cellulare di Jacopo è stato sequestrato e sono in corso accertamenti sui suoi profili, con l’obiettivo di ricostruire che cosa lo abbia portato a salire sul traliccio.
Gli accertamenti in corso
La dinamica di quanto accaduto venerdì pomeriggio nei campi non è ancora stata definita. Nessuno degli studenti incontrati davanti al Gandini sostiene di avere certezze sulla vicenda e saranno gli accertamenti a chiarire eventuali collegamenti tra l’accaduto e l’ipotesi della sfida online.
«Non c’entrava nulla la sfida social», afferma una studentessa che non conosceva personalmente Jacopo. La ragazza respinge anche l’idea che i giovani siano tutti sprovveduti o disposti a mettere a rischio la propria vita per un selfie o un video. Un’opinione condivisa da un altro ragazzo che invece lo conosceva: secondo lui, quella ricostruzione non restituisce il modo di essere della sua generazione.
Davanti alla scuola restano quindi il dolore collettivo, l’incredulità e il silenzio. Mentre proseguono le verifiche sul telefono e sui profili del ragazzo, gli studenti chiedono implicitamente cautela nel cercare una spiegazione per una morte che, al momento, non ha ancora una dinamica definitivamente chiarita.