Le regole italiane che vietano i tatuaggi visibili agli aspiranti poliziotti, abbinate all’obbligo per le donne di indossare la gonna durante le cerimonie ufficiali, possono risultare discriminatorie. È la conclusione dell’avvocata generale della Corte di giustizia dell’Unione europea Tamara Capeta, intervenuta sul ricorso presentato da una candidata esclusa da un concorso per un piccolo tatuaggio.
Il precedente di Arianna Virgolino
La vicenda richiama il caso di Arianna Virgolino, agente della Polizia Stradale di Guardamiglio. Nel 2018 la donna aveva partecipato al concorso dopo aver fatto rimuovere un tatuaggio sul polso. Per cancellarlo si era sottoposta a nove sedute laser, documentando il percorso con certificati e fotografie inseriti nel fascicolo esaminato dalla giustizia amministrativa.
La documentazione, però, non era stata ritenuta sufficiente. Il Consiglio di Stato aveva accolto il ricorso del ministero dell’Interno e Virgolino era stata esclusa dal servizio il 7 novembre 2019. Il tatuaggio, una piccola coroncina già rimossa, era stato considerato un possibile nocumento all’immagine della Polizia di Stato. La donna aveva anche chiesto pubblicamente l’intervento di Giorgia Meloni, che all’epoca aveva espresso solidarietà e sostenuto che un agente dovesse essere valutato per capacità professionali, abnegazione e spirito di servizio.
Il ricorso della candidata
Il procedimento arrivato davanti alla Corte europea riguarda una candidata indicata con le iniziali H.G., che aveva presentato domanda per entrare nelle forze di polizia italiane. La donna era stata esclusa perché aveva un tatuaggio a forma di fiore sulla parte inferiore della gamba sinistra. Durante gli accertamenti, il disegno era stato ritenuto visibile con l’uniforme di cerimonia, che per le candidate prevede gonna e scarpe décolleté.
Dopo aver contestato l’esclusione davanti ai tribunali amministrativi italiani, la questione è stata sottoposta alla Corte di giustizia per chiarire la compatibilità delle norme nazionali con il diritto dell’Unione in materia di parità tra uomini e donne. Secondo le conclusioni dell’avvocata generale, l’effetto combinato del divieto sui tatuaggi visibili e dell’uniforme differenziata in base al genere penalizza le candidate.
La motivazione è che un uomo con lo stesso tatuaggio nella parte inferiore della gamba, indossando pantaloni durante la cerimonia, non sarebbe stato escluso per quel solo motivo. Per Capeta, quindi, il requisito non può essere automaticamente giustificato come essenziale e determinante per lo svolgimento del lavoro di poliziotto. Le conclusioni dell’avvocata generale rappresentano un passaggio nel procedimento europeo e si inseriscono nella lunga discussione sulle condizioni di accesso alle forze dell’ordine.